Sono sempre stato convinto che i candidati dovessero essere espressione di un programma politico discusso all’interno delle sezioni, poi allargato ai componenti di una coalizione, che avrebbero il compito di immaginare una prospettiva politica capace di guardare oltre la mera scadenza elettorale.
Invece, mi rendo conto che la mia era soltanto una sciocca convinzione legata a una romantica visione della politica, ormai ridotta a slogan che durano quanto un battito d’ali, salvo poi girare l’angolo e accordarsi subito per salvaguardare la propria posizione di potere, motivandola con il solito mantra: “altrimenti vince la destra”. Questo è ormai divenuto soltanto una scusante per legittimare accordi altrimenti irricevibili.
Le posizioni politiche, un tempo frutto di metodici processi di selezione della classe dirigente, sono ormai divenute oggetti di trasmissione ereditaria: probabilmente i prossimi congressi si celebreranno dinanzi a un notaio come una qualsivoglia successione, con buona pace di chi attacca Giorgia Meloni per la gestione nepotistica del partito e del governo.
Nel suo libro Populismi e rappresentanza democratica, il prof. Alberto Lucarelli afferma un principio attualissimo: non si può ridurre la rappresentanza a mere liturgie elettorali, ciò che Mortati e Bobbio definivano elezionismo, cioè lo svuotamento della democrazia dalla partecipazione attiva. Una simile riduzione rende la politica incapace di farsi promotrice dei bisogni degli abitanti, alimentando sfiducia e disaffezione verso la vita pubblica, che altro non dovrebbe essere se non il governo della città.
Roberto Fico rischia di essere un figurante. Dovrebbe invece farsi promotore di un processo di discussione e, ove possibile, di discontinuità a partire da punti cruciali che hanno caratterizzato in questi anni il decennio de luchiano – e che contraddistinguono anche il primo quinquennio manfrediano – quali l’acqua pubblica, i beni comuni, le spiagge e il governo del territorio, cercando di aggregare le forze migliori della regione.
È pertanto necessario interrogarsi, soprattutto da parte dei cittadini più impegnati, su come incidere nei processi politici, pressando anche i candidati in campo a rispettare il loro ruolo di portatori di istanze, nel rispetto del divieto di mandato imperativo, dei territori e non di logiche da dominus che utilizzano i diritti per barattare voti attraverso scambi di favore.
Sempre Lucarelli afferma che i nuovi modelli di partecipazione possono partire da una “democrazia del pubblico” – ovvero dalla dimensione democratica del populismo – che abbia come elemento fondativo la democrazia partecipativa, fondata su quel binomio antagonismo-agonismo, in cui i cittadini possono pressare le istituzioni tessendo relazioni. Del resto, la democrazia è conflitto, ma il conflitto – come insegna anche la cultura ecclesiale – può trasformarsi in confronto. I partiti potrebbero riprendere un ruolo di soggetti mediatori, magari riscoprendo anche la bellezza di processi di selezione della classe dirigente trasparenti e qualitativamente migliori.
Senza una rottura con queste logiche, la democrazia resterà soltanto una vetrina vuota.

